ULIVO - Olea Europaea Sativa
di Ambrogio MAGGIO
Nella presentazione che segue,
l'estensore ha cercato di raccogliere tutte quelle informazioni
che raggruppano i tratti fondamentali della coltivazione frutticola
dell'ulivo (Olea Europaea Sativa). L'opera didattica in questione,
a modesto parere dello scrivente e senza presunzione, tratteggia
schematicamente, le nozioni che concernono l'argomento.
Se sei interessato all'acquisto visita vendita alberi di ulivo e piante mediterranee. Il meravigliosoparco di Delizie di Puglia
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Carta d'identità della pianta
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L'origine, la storia e la sua diffusione
> Le
varietà e le forme diverse adattate alle condizioni pedo-climatiche
>
Le principali malattie da fungo e da
insetto
> Condizioni
ideali e tecniche di coltivazione
Carta
d'identità dell'ulivo
- nome: OLIVO
- famiglia: OLEACEAE
- genere: OLEA
- specie: OLEA Europaea Sativa
- caratteristiche generali: ALBERO ADATTO AD AMBIENTI ARIDI
- frutto: OLIVA
- nome botanico dell'oliva: DRUPA
- composizione della drupa: EPIDEMIDE - POLPA - NOCCIOLO
L'olivo coltivato (Olea Europaea Sativa) è un albero sempreverde che può raggiungere
anche i 20 metri d'altezza; il tronco è spesso contorto,
screpolato e vuoto, con la parte basale (ciocco) più
espansa che emette facilmente polloni e su cui si formano rigonfiamenti
mammellonari (ovoli) derivanti da gemme avventizie.
Le foglie sono opposte, ovali, coriacee, lucide e di color verde
scuro sulla pagina superiore, biancastre inferiormente.
I fiori sono piccoli, bianco-verdastri, riuniti in grappoli
ascellari; la fioritura (mignolatura) si compie in maggio-giugno;
solo una piccola percentuale dei fiori si trasforma in frutti,
a causa della cascola abbondante per aborto fiorale.
Il frutto da cui si estrae questo olio (l'oliva) è una
drupa (come lo sono le albicocche, le pesche, le ciliege.) costituita
cioè da un epicarpo (epidermide dura o buccia), un mesocarpo
(polpa carnosa), un endocarpo (o nocciolo) che contiene la mandorla
ossia il seme della pianta è di grandezza variabile,
di forma per lo più ovale, di colore prima verdastro
e poi nero-violaceo a maturità; la polpa oleosa aderisce
fortemente al nocciolo.
Il legno d'olivo, duro, giallo con venature brune, è
usato in ebanisteria, per fare mobili e altri lavori fini; è
anche un ottimo combustibile.
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L'origine,
la storia e la sua diffusione
Pianta d'origine dell'ulivo (Olea
Europea, var. Sativa) è ritenuta l'oleastro.
Per la sua crescita ad arbusto appartiene alla macchia mediterranea,
ma lo si trova pure come albero di bosco. I suoi rami quadrangolari,
con foglie piccole, allungate e dure, sono spinosi; le sue olive,
di piccole dimensioni, sono amare e danno poco olio.
L'ulivo coltivato ha, invece, rami tondi, senza spine, foglie
lanceolate, frutti copiosi con alto contenuto di olio. Si è
ritenuto che, mediante cura adeguata, concimazione, potatura
e irrigazione, l'oleastro sarebbe potuto diventare ulivo.
Inoltre, si è pensato di riconoscere come piante d'origine
dell'ulivo due varietà selvatiche, cespugliose e senza
spine provenienti dalla Palestina.
Quest'ultima teoria ha trovato forte consistenza negli studi
sull'olivicoltura.
Il Morettini dice, infatti, che l'ulivo coltivato non deriva
dall'oleastro, ma da sottospecie dell'olea europea la cui origine
sarebbe da ricercarsi in territori dell'Asia orientale. Soltanto
nel corso del tempo, queste specie sarebbero state importate
in Europa e, mediante cure colturali e selezioni si è
arrivati alle nostre varietà di ulivi. A tal proposito
si deve rilevare che l'interruzione della pratica colturale,
porta l'attuale albero d'ulivo ad incespuglirsi e a produrre
frutti sempre più piccoli. Il territorio di diffusione
dell'oleastro si identifica con i confini storici dell'ulivo
coltivato, ossia dal Pandshab, all'Afghanistan, alla Persia,
all'Asia Minore, alla Palestina e nel territorio del Mediterraneo
fino alle isole Azzorre ed alle Canarie. Ritrovamenti preistorici
dimostrano l'esistenza del progenitore dell'ulivo in Italia
sin dal periodo terziario, circa un milione di anni fa. A Mongardino,
nei pressi di Bologna, sono state scoperte foglie fossili. Noccioli
di olive sono stati rinvenuti in insediamenti di epoche diverse:
a Mentone sulla riviera francese (paleolitico, 35000-8000 a.C.),
a El Garcel in Spagna (neolitico, 8000-2700 a.C.) sul Lago di
Garda (età del bronzo, 1500-1000 a.C.).
Al neolitico, risalgono rinvenimenti di Torre a Mare e Fasano
a sud di Bari (5000 a.C.) attestanti come in questo periodo
in Italia (7000-5000 a.C.) le olive costituivano già
alimento umano. Sempre nel neolitico l'oleastro è diffuso
in Europa meridionale.
Grazie ai numerosi rinvenimenti
archeologici, ai racconti tradizionali ed ai testi religiosi,
possiamo affermare che le origini dell'ulivo e la sua coltivazione
risalgono a circa 6000/7000 anni fa in Asia Minore, probabilmente
nei territori che si estendono tra il Caucaso, le pendici ovest
dell'altopiano iraniano e le coste mediterranee della Siria
e della Palestina.
La diffusione dell'ulivo e della sua coltivazione avvenne gradualmente,
prima in Egitto ed in seguito, grazie all'intensa attività
mercantile del popolo Fenicio, tra il IX e l'VIII secolo a.C.,
in Grecia, diventando uno dei pilastri della civiltà
ellenica, e in tutto il bacino mediterraneo. Con l'affermarsi
dell'Impero Romano l'olivicoltura raggiunse la massima estensione
ed intensità, grazie all'introduzione di avanzati sistemi
di ammasso e distribuzione dell'olio.
L'olio di oliva assunse sempre più una funzione strategica
nel commercio e nelle attività di scambio e si intensificarono
anche gli studi sulla buona coltivazione dell'olivo.
Risale a questo periodo la prima classificazione delle piante
(Gaio Plinio distingue ben 15 diverse specie di ulivo) e dei
vari tipi di olive commerciabili. Gli scambi commerciali, sotto
i Romani, erano regolati da una specie di borsa, la cosiddetta
"arca olearia" e il trasporto veniva assicurato da
una flotta navale apposita. Con la caduta dell'Impero e in seguito
alle invasioni dei Barbari che provocarono gravi danni all'agricoltura,
l'olivicoltura quasi scomparve e gli oliveti vennero soppiantati
da boschi incolti.
Nel Medioevo l'olio di oliva divenne assai raro e prezioso, i
pochi oliveti rimasti erano soprattutto in alcuni conventi e
feudi fortificati, e la destinazione dell'olio di oliva era principalmente
quella liturgica.
Grazie ai monasteri l'olivicoltura cominciò nuovamente
ad affermarsi con la creazione di oliveti di grandi dimensioni
e con un ulteriore slancio commerciale che raggiunse l'apice
durante il periodo rinascimentale. Con l'avvento del Rinascimento
il consumo d'olio di oliva conobbe un lento ma costante rifiorire.
Dal 1600 in poi la sua diffusione ebbe un notevole incremento
e gli oliveti divennero una peculiare caratteristica del paesaggio
italiano e particolarmente della zona meridionale.
Risale a questo periodo una delle innovazioni tecnologiche più
importanti nel settore dell'olivicoltura: l'applicazione della
forza idraulica ai frantoi che sostituì le macine, fino
a quel momento azionate a braccia o con l'ausilio di animali.
Una forte ripresa si ebbe nel corso del 1700 con lo sviluppo
del libero mercato con l'esenzione delle tasse sugli uliveti.
Da allora ad oggi il commercio dell'olio si è diffuso
anche nel Nord Europa e gli oliveti si sono potenziati in tutti
i pesi mediterranei.
Con l'affermarsi dell'olivo si è diffusa nel mondo una
nuova civiltà alimentare, riscoperta dalla scienza contemporanea
e nota come "dieta mediterranea". La cultura dell'olio
va sempre più di pari passo alla cultura della qualità
della vita con l'affermarsi della moda del viver sano.
Oggi, l'area colturale dell'olivo va dal 30° al 45°
parallelo di latitudine Nord, su una fascia a clima temperato.
Questo insieme di caratteristiche è presente in tutta
la fascia costiera mediterranea ed in particolar modo da quella
italiana, tanto da poter affermare che le migliori olive sono
quelle che crescono nella Penisola Italica, dove la varietà
dei terreni e le efficienti tecniche produttive permettono la
realizzazione di un prodotto di qualità, decisamente
superiore alla media mondiale.
In Italia, la coltura dell'olivo, si estende su circa 1.180.000
ettari; le regioni che detengono il 60% della superficie nazionale
coltivata ad olivo sono la Puglia la Calabria e la Sicilia.
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Le varietà
e le forme diverse adattate alle condizioni pedo-climatiche
Il punto saliente dell'olivicoltura
italiana sta nella differenza di prodotti dovuta alle numerosissime
cultivar e clonazioni adattate alle diverse condizioni pedoclimatiche
(una recente pubblicazione annovera 476 cultivar con 1.509 sinonimi)
e alla natura stessa dei terreni alle diverse latitudini le
quali importano fra l' altro notevoli differenze nella media
annua di ore di sole.
Le Denominazioni di Origine Controllata (D.O.C.), ossia le Denominazioni
di Origine Protetta (D.O.P.) europee e le stesse Indicazioni
Geografiche Protette (I.G.P.), dovrebbero servire proprio ad
evidenziare le differenze dei prodotti con riguardo alla loro
provenienza e alle loro peculiarità connesse alla varietà
di frutto, alle lavorazioni tradizionali e via dicendo: esse
vengono quindi ad evidenziare anche le piccole suddivisioni
a livello di peculiarità non solo regionali ma zonali
o addirittura locali.
Esistono però anche delle utili suddivisioni che danno
un'idea delle differenze salienti dei prodotti connesse con
caratteristiche di vaste zone olivicole. Si può ricordare
la suddivisione basata sul clima che fu formulata da A. Morettini
nella sua opera "Olivicoltura" (1972) e che fa riferimento
alla fitogeografia floristica, ossia alla classificazione che
fissa l' estensione dei territori occupati da gruppi sistematici
affini e confronta le zone di distribuzione di certe specie
o di un'intera flora.
Il Morettini situò nelle zone assegnate all'alloro (Lauretum)
e marginalmente al castagno (Castanetum) le aree di coltura
dell' olivo e le suddivise in tre sottozone termiche: la calda,
la media e la fredda. Questo tipo di distinzione importa soprattutto
tecnicamente ed economicamente.
Infatti, per esempio nella sottozona olivicola più fredda
ricorrono danni da gelo tre, quattro volte per secolo (negli
ultimi due secoli la cronaca riporta le annate fredde del 1829,
1847, 1877, 1901, 1929, 1956 e 1985) con la conseguente problematica
di esposizione delle colture, di scelta delle altitudini coltivabili
adatte (di solito quelle comprese tra i 200 e i 550 ml s.l.m.),
di selezione delle varietà acclimatate, ecc...
Nella sottozona calda e in quella media insorgono problemi diversi,
come per esempio quello connesso con possibili deficienze idriche
e quindi con le tecniche di irrigazione: comune però
è la necessità di selezione delle cultivar adatte
di varietà acclimatate. Il tutto con ovvie ripercussioni
anche sulle caratteristiche del prodotto (olio, soprattutto,
ma anche olive da mensa) da tenere presenti sia a livello di
impianto e coltivazione sia a livello di distinzione delle qualità
in base alla provenienza.
L'altra grande suddivisione che si usa fare, considera la latitudine
e parla di fascia settentrionale, centrale e meridionale, come
di zone in cui ricorrono caratteri olivicoli distinti e caratteristiche
degli oli differenziate. Come tutte le classificazioni teoriche,
anche questa è arbitraria se viene presa alla lettera,
generalizzando eccessivamente e senza considerare le necessarie
eccezioni.
Si può dire che la fascia settentrionale corrisponde
alle colture liguri, a quelle dei laghi prealpini e alle microaree
più orientali: ma si osserva che allora la fascia include
zone climatiche (precedente suddivisione) diverse (calda quella
della Riviera, media quella dell'entroterra ligure, fredda quella
dei laghi...) e varietà coltivate diverse (Taggiasca
ligure, Casaliva gardesana, Leccino o Moraiolo friulani, etc.).
Allora la tipicità comune, che consisterebbe in una maggior
fluidità e dolcezza dei prodotti, non può essere
affermata in assoluto: anche perché ci sono altre variabili
di cui tenere conto quali l'epoca di raccolta, i metodi di estrazione,
etc.
La fascia centrale può includere l'Emilia e Romagna,
la Toscana, le Marche, l'Umbria e il Lazio e si può ritenere
zona di oli molto sapidi e aromatici, di medio impasto e di
colore carico: ma essa comprende aree sia di clima medio che
di clima freddo (coste, zone appenniniche) e numerose microaree
notoriamente particolari e diversificate.
Lo stesso si può dire per Meridione e Isole, ai quali
vengono attribuiti oli più densi e strutturati, con sapori
più mandorlati e pastosi: anche al sud ci sono aree climatiche
medie e fredde (come le zone montagnose) e zone specifiche (Gargano,
Piana di Bitonto, Belice...) con prodotti di carattere non classificabile
nella suddetta norma.
A titolo di esempio, nelle tabelle di seguito sono state censite
alcune varietà distinte per regione di produzione e alcune
descrizioni delle caratteristiche d'interesse, tenuto conto
anche delle duplici attitudini delle stesse piante sia da olio
che da mensa.
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PUGLIA
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| Tipo di coltivazione: Carpellese,
Cellina, Coratina, Dritta, Frantoio, Moraiolo, Pignola,
Pisciottana, Rosciola, Sassarese, Taggiasca, Ascolano, Cucco,
Maiatica, Neba, Oliva di Cerignola, Permezzana, Santa Caterina
Cima di Mola e Cima di Bitonto, Chiarita o Ogliarola (Olea
Iapygia di Plinio), Cellina di Nardò (anticamente
detta Sarginesca perché introdotta dai Saraceni),
Bella di Cerignola, Bella della Daunia |
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| Risultati devuti al miglioramento delle
tecniche colturali basate sui precetti che Lucio Giunio
Columella, il grande scrittore latino di agronomia, dettava
già nel I secolo d.C.: arare l'ulivo per chiedere
il frutto, concimare per ottenerlo, potare per forzarlo.
Da Nord a Sud, il territorio pugliese, affacciato su quasi
800 chilometri di costa, è tutto punteggiato di uliveti:
dai terrazzamenti carsici del Gargano Rignano Garganico,
S. Marco in Lamis, S. Giovanni Rotondo che si affacciano
sul Tavoliere, alla Valle degli Ulivi a sud di Manfredonia;
dalle zone costiere fra Barletta e Monopoli, a quelle interne
comprese fra Andria e Castellana Grotte; dalla fascia delimitata
dal gradino murgiano da un lato e dai territori che vanno
da Fasano ad Ostuni dall'altro, alle aree vocate salentine
poste fra Nardò e il Capo di S. Maria di Leuca. Sono
ulivi giovani, piantati con lo sguardo al futuro da chi
sa attendere per 25 anni il primo raccolto, e ulivi secolari;
ulivi contorti, nodosi e corrosi, piegati in forme bizzarre
dal vento, e ulivi dalle forme adattate all'uso industriale;
ulivi maestosi, alti fino a 15 metri, e ulivi i cui frutti
si possono cogliere comodamente senza scale; ulivi destinati
a produrre nei "trappeti" l'oro di Puglia, e ulivi
i cui frutti si trovano, apprezzatissimi, sulle tavole di
tutto il mondo con le famose varietà da tavola. Fra
le cinque province della regione è certamente il
Barese il territorio maggiormente vocato, quello che nella
Puglia del XII-XIII secolo dette vita a una vera e propria
"cultura dell'olio". L'Andria fidelis di Federico
II, che custodisce ancora le spoglie di due mogli dell'imperatore
è il più grande centro di produzione della
regione. I suoi 130 frantoi lavorano olive di qualità
Coratina e Ogliara barese, fornendo un olio pregiato di
bassa acidità a molti Paesi d'Europa e d'America.
Ma è soprattutto Bitonto, a 16 chilometri da Bari,
la "città dell'olio". Qui, sin dal XIII
secolo, amalfitani e ravellesi furono produttori e commercianti
di un olio che Venezia valutava 3 ducati per 1000 libbre
contro 1 solo ducato per quello proveniente da altre zone.
Con i proventi di questa attività innalzarono chiese
nelle città d'origine ma anche a Bari - La Vallisa
- e quelle di S. Matteo e S. Francesco a Bitonto; nell'epoca
in cui lo stareum olei Bitonti insieme allo stareum olei
sancti Nicolai era unità di misura riconosciuta nel
commercio internazionale. A Bitonto Pietro Ravanas, nel
1828, sperimentò per la prima volta la pressa idraulica
nell'industria olearia; e qui i 20 "trappeti"
cittadini trasformano in un superlativo extra vergine le
varietà Coratina, Cima di Mola e Cima di Bitonto.Ancora
qui infine, nella località Lama di Macina, un cimitero
di macine, presse e vasche litiche da olio ricorda un passato
che non è passato e racconta un presente che è
anche futuro. Anche Ostuni ha una posizione di rilievo nella
olivocoltura. Con le sue maestose cisterne olearie in pietra
dotate di antichi e ingegnosi sistemi di decantazione e
filtraggio, la "città bianca" presenta
un autentico esempio di archeologia industriale. Dalla Chiarita
o Ogliarola, che è l'Olea Iapygia di Plinio, e dalla
Cellina di Nardò, anticamente detta Sarginesca perché
introdotta dai Saraceni, la terra rossa di Ostuni produceva
già in epoca angioina un rinomato olio "claro
et mundo", di alta qualità, che nel '500 il
vescovo locale inviava come prestigioso, e graditissimo,
dono per le nozze di Bona Sforza. Con la varietà
Cima di Mola, coltivata fino a Polignano a Mare, oggi la
città raggiunge una produzione annua di 40.000 quintali
d'olio. Ma l'ulivo non è solo olio; è anche
il frutto polposo, verde o nero, fresco o in salamoia, turgido
o raggrinzito dal sale da portare a tavola, come avveniva
già nell'antica Roma, dove era parte della gustatio
che apriva i banchetti più raffinati e oggetto di
ricette per la conservazione tramandateci da Plinio e Columella.
Note a tutti, e alcune dall'antichità, sono la S.
Agostino e la S. Caterina, la Cucco e la Permezzana, la
Limona e la dolce Pasola, da mangiare fritta. Un posto di
preminenza fra le varietà da tavola si è guadagnato
la Bella di Cerignola, a cui è stata di recente attribuita
la Denominazione di Origine Protetta, sotto il nome di "Bella
della Daunia". Detta anche "a prugna" per
la sua forma a susina, o "Gigante di Spagna",
perché forse introdotta da quel Paese nel '400, porta
nel nome i pregi che la contraddistinguono e la località
di produzione: Cerignola, in provincia di Foggia, con altri
cinque paesi che la circondano. Con la sua elevata pezzatura,
le buone caratteristiche merceologiche e organolettiche,
ha ottenuto notevoli riconoscimenti in Italia e all'estero,
particolarmente negli Stati Uniti, dove è da anni
la numero uno sul mercato. |
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VALLI DEL SANNIO
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| Tipo di coltivazione: Ortice, Femminella,
Ortolana, Racioppella |
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Tra le cultivar più diffuse nel
Sannio, ed in particolar modo, sulle colline della Valle
Telesina troviamo: Ortice, Femminella, Ortolana, Racioppella.
L'Ortice, largamente diffusa in tutto il Sannio, dotata
di una buona resistenza la freddo, per cui la troviamo maggiormente
in zona di media ed alta collina, si caratterizza per il
suo frutto molto grande, di forma allungata che trova localmente
impiego come olive da tavola. La pianta ha uno sviluppo
medio, con grande chioma, con foglie piccole di colore verde
chiaro. Il frutto è di colore verde, mentre a maturazione
diventa violaceo, la polpa è di colore bianco latteo.
L'Ortolana, insieme alla racioppella e femminella, costituiscono
le cultivar caratteristiche delle zone collinari dominanti
la Valle Telesina. La pianta ha uno sviluppo medio, con
foglie lanceolate grandi di colore verde scuro. Il frutto
è grande, quasi sferico, a maturazione tende al violaceo;
la polpa è di colore bianco e facilmente si distacca
dal nocciolo, per cui viene anche utilizzata come uliva
da tavola: infatti, localmente viene chiamata Oliva per
l'acqua.
La Racioppella, a differenza delle altre cultivar a duplice
attitudine (sia da olio che da tavola) è la tipica
varietà da olio; insieme all'ortolana e femminella,
costituiscono le cultivar caratteristiche delle zone collinari
dominanti la Valle Telesina, particolarmente diffusa grazie
alla sua produttività ed alla particolare resistenza
sia alle avversità atmosferiche che agli attacchi
dei parassiti. La pianta ha uno sviluppo medio, con foglie
lanceolate strette di colore verde scuro. I frutti sono
piccoli e ovali, di dimensioni varie e diverso grado di
maturazione, riuniti a grappoli, con colori vari che vanno
dal verde chiaro al viola, con polpa bianca.
La Femminella, insieme alla racioppella ed all'ortolana,
costituiscono le cultivar caratteristiche delle zone collinari
dominanti la Valle Telesina. La pianta ha un grande sviluppo,
con foglie medie lanceolate di colore verde scuro. Il frutto
è medio, di forma ovoidale, a maturazione ha un colore
rosso vinoso scuro, tendente al nero, come pure la polpa
che facilmente si distacca dal nocciolo; viene anche consumata
direttamente, in salamoia o essiccata. |
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ABRUZZO
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| Tipo di coltivazione: Castioglionese,
Toccolana, Carpinetana, Gentile di Chieti |
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| Basti ricordare le località di Castiglione
Messer Raimondo in cui è diffusa la varietà
Castioglionese, o Tocco Casauria con la Toccolana o Carpineto
della Nora in cui si coltiva la Carpinetana o, infine, la
zona intorno a Chieti famosa per la varietà di olivo
Gentile di Chieti. |
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UMBRIA E TOSCANA
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| Tipo di coltivazione: Raggiola,
Raggio, Pallona o Rigalese, Leccino |
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| Con il fitonimo dialettale "Raggiola"
si indica, localmente, sia la cultivar omonima, sia la varietà
Raggio, oltre ché qualsiasi altra varietà
coltivata d'ulivo a frutto piccolo e piccolissimo. La cultivar
d'ulivo, denominata Rrigalese (da "Rigali", frazione
di Gualdo Tadino). Questa varietà è stata
selezionata, nei secoli, per resistere alle basse temperature
delle aree pedeappenniniche. La Rigalese riesce, infatti,
a fronteggiaretemperature di molti gradi sotto zero. Non
è, perciò, un caso se tale varietà
coltivata d'ulivo uscì sostanzialmente indenne dalle
terribili gelate dell'inverno 1985, che fecero un'ecatombe
fra gli ulivi della restante parte dell'Umbria e della Toscana. |
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COLLI
EUGANEI
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| Tipo di coltivazione: Rasara, Marzemina,
Rondella, Tondolina |
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Rasara è il nome più diffuso
della cultivar Readara diffusa nei Colli Eugane e in provincia
di Vicenza e Verona.Le sue caratteristiche: viene coltivata
solo per la produzione dell'olio è autofertile e
ha una bassa alternanza di produzione. Non è un albero
particolarmente vigoroso ha chioma ampia, e folta. Il frutto
è di forma ovoidale cilindrica, grosso e carnoso.
La maturazione tardiva e scalare, i frutti raccolti tra
novembre e dicembre, non sono ancora inviati e presentano
colorazione verde e nero-violacea, sono ricchi di olio.
Resiste bene al freddo.
La cultivar Rondella è coltivata esclusivamente sui
Colli Euganei. È autosterile, ha medio bassa resa
d'olio e scarsa alternanza di produzione. L'albero ha una
chioma contenuta, forme tortuose. Le drupe sono piccole,
di forma ovoidale allungata.
La Marzemina è coltivata solo sui Colli Euganei.
È utilizzata per la produzione dell'olio. L'albero
raggiunge altezze considerevoli, ha chioma allargata i rami
fruttiferi sono più o meno lunghi e pendenti. Le
drupe sono tondeggianti, più grosse di quelle della
rondella e a maturazione sono di colore violaceo scuro,
di notevole oleosità e danno rese alte di produzione.
È meno resistente al freddo rispetto le altre specie.
La Tondolina è il nome che la cultivar Moraiolo prende
nei Colli Eugani. La Moraiolo è difatti diffusa in
Abruzzo, Toscana, Umbria dove vengono attribuiti altri sinonimi.
Si caratterizza per una produttività costante seppur
media, per essere autosterile, per avere un'alta resa in
frantoio. Ha sviluppo medio. I frutti sono di dimensioni
contenute rispetto ad altre cultivar, di forma ovale, di
colore vinoso a maturità. Ha delle rese per estrazione
d'olio elevate ma risente di una forte alternanza dovute
alle avversità climatiche. Tutte quattro le cultivar
euganee, sono considerate "obsolete" non tanto
per le caratteristiche intrinseche, quanto perché
non sono più impiantate e rappresentate nelle nuove
piantagioni. Si trovano in modesti appezzamenti, in zone
specifiche o come piante sparse a ricordo di una precedente
piantagione. L'origine di queste cultivar non è conosciuta,
ma si pensa che sia relativa ad un isolamento geografico
e da selezioni operate nel tempo in funzione delle loro
caratteristiche specifiche. |
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Le principali
malattie da fungo e da insetto
L'olivo è attaccato dalla
mosca olearia (Dacus oleae), dalla tignola, dalla cocciniglia;
tra le malattie crittogamiche sono molto dannose invece la brusca,
la lebbra, l'occhio di pavone, la rogna o tubercolosi. Queste
ultime possono essere favorite dalle eccessive frequenti piogge
rendendo così di pessima qualità il prodotto finale.
Durante la potatura, la pianta può ammalarsi a seguito
dell'infezione da PSEUDOMONAS SAVASTANO, per evitare la quale
basta disinfettare gli strumenti da taglio prima di ogni potatura
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Condizioni
ideali e tecniche di coltivazione
Le temperate condizioni climatiche,
caratterizzate da calde estati asciutte e a volte umide, nonché
da inverni piovosi, indicano il Mediterraneo come l'area geografica
ideale per la crescita dell'ulivo. Sole, acqua e terreni poco
profondi sono gli elementi naturali ottimali per lo sviluppo
delle piante.
La presenza della pianta d'ulivo delimita una regione climatica
ben definita, detta regione dell'olivo, in cui le temperature
minime invernali sono raramente inferiori a -8 ºC; lo si
trova di rado sopra i 400 m d'altitudine. È indifferente
alla natura del terreno, ma teme i ristagni d'acqua e la carenza
di calcare, che lo predispongono ad attacchi parassitari.
Si riproduce per seme, ma per tenere costanti i caratteri varietali
si ricorre di norma all'innesto su oleastro o alla moltiplicazione
per ovoli o per polloni. La messa a dimora delle piantine si
fa in autunno su terreno ben concimato e ben sistemato specialmente
ove esso ha forte pendenza naturale (sistemazione a terrazze,
a lunette), per evitare l'erosione delle acque e regolarne il
deflusso. Si alleva in coltura specializzata o promiscua in
consociazione con varie piante erbacee (cereali, leguminose
da seme o da foraggio) o arboree (fico, vite, mandorlo, ecc.).
Con adeguata potatura si conferisce alla pianta la forma voluta;
la potatura è poi necessaria durante tutta la vita della
pianta per stimolare la produzione, per migliorare la forma
della chioma, per eliminare rami secchi o malati. L'olivo è
pianta molto longeva, secolare; è spesso soggetto a forte
alternanza di produzione, per ovviare la quale si effettuano
concimazioni organiche e minerali durante l'inverno. Le olive
destinate all'estrazione dell'olio si raccolgono quando hanno
raggiunto la maturazione piena, che di norma si ha fra novembre
e gennaio; il modo più razionale è la raccolta
a mano o brucatura, che evita di danneggiare i frutti come invece
accade con la bacchiatura, ma può anche farsi per scuotitura
e per raccattatura.
Le olive verdi da tavola si raccolgono in settembre e vengono
addolcite per immersione in una soluzione alcalina; poi si lavano
accuratamente, si lasciano in acqua alcuni giorni e infine si
mettono in salamoia. Le olive nere da tavola si raccolgono invece
a maturazione piena, si conservano in salamoia o si fanno seccare
al sole o in forno.
Per quanto riguarda le tecniche di coltivazione si può
indicativamente rilevare che l'olivo non ha bisogno di grandi
cure. Si devono eseguire poche operazioni periodiche, concentrate
soprattutto in primavera per le potature, e nel periodo autunnale
per la raccolta. Le potature spesso vengono effettuate ogni
due-tre anni, con asportazione dei rami che hanno già
prodotto, sfoltimento della chioma, asportazione dei rami secchi.
Trattamenti fitosanitari si effettuano solo nel caso compaia
la mosca dell'ulivo (Dacus oleae).
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